lunedì 25 luglio 2016

Criminalità micro?



Spesso i cittadini, malgrado non abbiano subito delle vere esperienze criminali, risultano comunque impauriti ed influenzati dalla criminalità nei loro comportamenti. A fronte, infatti, di un contenuto tasso di vittimizzazione, in diminuzione rispetto alla fine degli anni 90 per molti reati, si rileva una diffusa e crescente sensazione di insicurezza: il 27,6 per cento dei cittadini (più di un quarto della popolazione) non si sente sicuro camminando al buio da solo, il 12,2 per cento a stare a casa da solo, il 25,5 per cento in almeno un’occasione ha deciso di non uscire da solo per paura e il 46,3 per cento in qualche modo condiziona le proprie abitudini a causa della criminalità.
In Italia il 27 per cento della popolazione ha paura nonostante non abbia vissuto esperienze negative, almeno nel recente passato. Ciò che agisce, in questo caso, è la cosiddetta vittimizzazione indiretta, determinata non solo dalla diffusione della criminalità e dalla sua amplificazione, attraverso i media, ma anche da altri fattori come la vulnerabilità individuale e sociale e il contesto più o meno degradato in cui si vive. Il senso di insicurezza emerge con più enfasi, tuttavia, quando si accompagna alla convinzione che le istituzioni preposte alla prevenzione e al controllo della criminalità non siano in grado di far adeguatamente fronte al dilagare della delinquenza: il senso di sicurezza aumenta all’aumentare del grado di soddisfazione verso l’operato delle forze dell’ordine.  Come si colloca allora il costante allarme per la microdelinquenza nel contesto di queste apparenti contraddizioni? In primo luogo, è opportuno interrogarsi sul corretto significato da attribuire ad un termine certamente abusato come quello di “microcriminalità”. In verità si tratta di una specie di contenitore provvisorio riferito ad una serie di dinamiche devianti ritenute di “basso profilo”: reati contro la proprietà: borseggi, furti in appartamento, scippi, danneggiamenti, vandalismi, ma anche rapine di entità modesta e di scarsa preparazione. Ai margini della categoria stanno poi altre condotte, quali il piccolo spaccio, le risse, certe infrazioni stradali. Ma che dire in rapporto alla pericolosità potenziale e concreta di tali condotte, classificate come “delinquenza minore”? Il reato contro la proprietà può tradursi in reato contro la persona se la vittima sorprende l’autore e reagisce. La rapina improvvisata dal balordo può sfociare in un omicidio; la guida in stato di ebbrezza può provocare una strage. Sembra quindi evidente che il termine non rappresenta una categoria scientifica, ma un’espressione di comodo che svolge una funzione eufemistica e rassicurante nella comunicazione sociale. In effetti il riferimento lessicale ad una dimensione minimale (“micro”, appunto) contiene un giudizio implicito sulla trascurabilità del danno subito dalla parte offesa. Per certi versi, dunque, l’inserimento in una categoria lessicalmente minimalistica - la “microcriminalità” appunto - tende a far sì che generalmente si ometta di valutare quanto queste condotte influenzino la crescita del senso di insicurezza in una data comunità.  Di fronte all’allarme per la microcriminalità una delle prime sollecitazioni emotive del cittadino medio è una richiesta di una più severa penalità, frutto, a sua volta, dell’impressione di una giustizia troppo blanda e tardiva. 
Ma a nostro avviso ed a livello locale sono le cose da realizzare:


  • Implementazione e miglioramento dell'illuminazione pubblica;

martedì 14 giugno 2016

Emergenza Sanità




Un DEA (dipartimento d’emergenza e accettazione) ha come obbiettivo quello di creare un'integrazione funzionale delle divisioni e dei servizi sanitari atti ad affrontare i problemi diagnostico-terapeutici dei pazienti in situazioni critiche. Esso è costituito da unità operative omogenee, affini o complementari, che perseguono comuni finalità e sono tra loro interdipendenti, pur mantenendo le proprie autonomie e responsabilità professionaliI DEA sono suddivisi in due livelli:
  • DEA di primo livello - Garantisce oltre alle prestazioni fornite dagli ospedali sede di pronto soccorso anche le funzioni di osservazione e breve degenza, di rianimazione e deve inoltre garantire interventi diagnostico-terapeutici di medicina generale, chirurgia generale, ortopedia e traumatologia, cardiologia con UTIC (Unità di Terapia Intensiva Cardiologica). Sono inoltre assicurate prestazioni di laboratorio di analisi chimico-cliniche e microbiologiche, di diagnostica per immagini, e trasfusionali.
  • DEA di secondo livello - Oltre alle prestazioni fornite dal DEA I livello, assicura funzioni di più alta qualificazione legate all'emergenza, tra cui la neurochirurgia, la cardiochirurgia, la terapia intensiva neonatale, la chirurgia toracica e la chirurgia vascolare, secondo indicazioni stabilite dalla programmazione regionale. Altre componenti di particolare qualificazione, quali le unità per grandi ustionati o le unità spinali ove rientranti nella programmazione regionale, sono collocati nei DEA di II livello.
A luglio con il termine dei tempi della legge Balduzzi (quella che prevede numeri di abitanti elevati per ottenere un Dea di II livello)  per la provincia di Savona diverrà ingiustificato un Dea di II livello e quindi in Liguria ci avviamo ad avere un Dea di II Livello al San Martino di Genova e  dei Dea di I livello a Savona e Pietra.
Una riforma che vuole “ottimizzare” la sanità qui in provincia diverrà una mannaia che ridurrà di molto il servizio sanitario. Tutto per dei freddi numeri (abitanti) che non contano degli incrementi dovuti alla stagionalità (turisti non residenti) e delle difficoltà logistiche dovute alla morfologia del territorio ed alla viabilità sempre peggiore.
Gli abitanti di Varazze e della provincia hanno gli stessi diritti in campo sanitario di tutti?
A noi non sembra.